il matrimonio non rappresenta d’altronde più l’unico mezzo di fondare una famiglia

Gli storici ci insegnano che le prime forme di vita in coppia appaiono già dall’età della pietra per regolare le condotte sessuali fornire un quadro per allevare i figli. Il matrimonio ha tuttavia rivestito numerose forme e non ha cessato di evolversi durante i secoli. Se ci riferiamo alla Bibbia, il Re Salomone aveva 700 mogli e 300 concubine. In qualsiasi continente, la poligamia è stata la norma per lungo tempo. Era ancora presente nel XIX secolo presso i Mormoni e non è ancora totalmente scomparsa in alcuni paesi musulmani dell’Africa e del Medio Oriente.

Nell’antichità, presso i Babilonesi il matrimonio rassomigliava un mercato di schiavi. Erodoto ci dice che le ragazze nubili erano vendute al maggior offerente che, se non trovavano offerenti, il padre se ne sbarazzava proponendo una dote per motivare gli uomini indifferenti alla bellezza della figlia. Nell’ ebraismo antico, il contratto di matrimonio è concluso tra il padre della ragazza e il pretendente che, dietro pagamento, si impegnava a nutrirla, a vestirla e a onorare i suoi figli. Le ragazze si sposavano tra i 12 e i 14 anni, i ragazzi, generalmente, tra i 18 e i 24 anni. L’infedeltà della donna è punita con la morte.

Nella Grecia di Pericle come nella Roma antica, il matrimonio è ancora un contratto concluso tra due famiglie per legittimare i bambini che nasceranno e per organizzare la trasmissione dell’eredità. Le donne greche restano sotto l’autorità di un tutore: dapprima il padre poi il marito. La donna romana passa sotto l’autorità della famiglia del marito se il matrimonio è concluso con una convenzione altrimenti è mantenuta sotto l’autorità del padre e resta proprietaria della dote, ciò che le permette di divorziare più facilmente.

Il Cristianesimo riprendere essenziale del diritto romano ma due punti separano i cristiani d’occidente dai cristiani d’Oriente dopo lo scisma del 1054: l’indissolubilità dell’unione e il diritto di controllo dei genitori. Per i primi, il matrimonio necessita solo dell’accordo degli sposi e non può essere sciolto se non dalla morte: per gli ortodossi l’autorizzazione dei genitori è richiesta per il matrimonio e il divorzio è permesso. In Occidente i protestanti ammetteranno tuttavia il diritto di controllo dei genitori e i poteri politici lo imporranno più spesso come in Francia dove, nel 1556, un editto di Enrico II obbligò i figli di meno di 30 anni e le ragazze di meno di 25 ad ottenere il consenso dei genitori. Al di là di queste età, dovevano solo chiedere il loro “parere e consiglio”. Durante i secoli, il matrimonio così inquadrato garantisce stabilità per le famiglie. L’amore tra gli sposi è lungi dall’essere il principale criterio che conduce al matrimonio

Il denaro, gli onori, lo stato sociale tramontano: è solo nel XVIII secolo che l’idea romantica di un amore esclusivo e condiviso comincia ad essere associata al matrimonio, e solamente in Occidente. Altrove nel mondo la poligamia regna sovrana e la donna ha poca presa sul suo destino.

La forma moderna del matrimonio civile fu introdotta dalla Rivoluzione Francese del 1792; nel XIX secolo, ispirato dall’ideale democratico e dallo spirito di libertà, si è progressivamente esteso nella maggior parte dell’Occidente. Il matrimonio civile non proibiva tuttavia le forme religiose del matrimonio e qualche volta le mescolava; (il matrimonio civile) ebbe tuttavia molta difficoltà ad imporre la possibilità del divorzio nei paesi latini. In Francia solo nel 1884 il divorzio sarà definitivamente ammesso, e, ancora, a condizione di provare errori precisi (adulterio, violenze, ingiurie, ecc.). Bisognerà aspettare la riforma del Codice civile nel 1975 per aggiungere due motivi di divorzio: il consenso reciproco e interruzione della vita comune, ciò che trasforma il carattere vitalizio del matrimonio in un contratto che i congiunti possono sciogliere in qualsiasi momento.

Negli ultimi decenni del XX secolo e all’inizio del XXI, la storia si accelera e modificherà in profondità il matrimonio contemporaneo. Nei paesi in cui l’uguaglianza tra uomini e donne progredisce, la donna, più educata e che ha accesso al lavoro, diventa più autonoma finanziariamente; può conservare meglio la sua identità personale, decidere quando sposarsi o scegliere di non sposarsi; può decidere di divorziare se non è soddisfatta della sua vita di coppia o ancora scegliere un marito più giovane di lei: circa il 15% lo fanno oggi mentre in passato era rarissimo. La donna di oggi non solo domina meglio il suo destino ma non ha più il ruolo stereotipato della casalinga. Nella coppia, sia il potere decisionale che i compiti sono condivisi e in modo più equilibrato; ciò che era prima devoluto alla donna può oggi essere assunto dall’uomo e viceversa.

Uomini e donne sono in una certa maniera intercambiabili o, almeno, le responsabilità di ognuno nella famiglia non sono così suddivise come prima. Nel passato, i coniugi avevano ruoli complementari; oggi hanno acquisito una certa polivalenza e sono meno dipendenti l’uno dall’altro. La necessità di restare insieme in caso di disaccordo o di insoddisfazione è più debole.

Nei paesi sviluppati, il tasso di divorzio varia il tra 40% e il 50% e i paesi emergenti seguono la stessa strada. In Cina, una trentina di anni fa, il tasso di divorzio era inferiore al 5%, oggi circa una coppia su 4 divorzia (una su tre nelle grandi città come Pechino, Tianjin o Guangzhou).

Con la libertà sessuale e la liberalizzazione dei costumi, il matrimonio non rappresenta d’altronde più l’unico mezzo di fondare una famiglia ed ha, perciò, perso molto della sua attrazione. Secondo Eurostat, nell’U.E., il tasso di matrimonio è stato diviso in due in una cinquantina di anni: è passato da circa otto per 1000 abitanti nel 1965 a circa 4 per 1000 oggi. La constatazione è la stessa in America del Nord: in Québec, per esempio, il tasso di matrimonio è sceso a tre matrimoni per 1000 abitanti, in Europa il tasso delle nascite fuori matrimonio supera spesso il 40%; per alcuni paesi è superiore al 50% (Bulgaria, Danimarca, Norvegia, Portogallo e Svezia); la Francia ha perfino raggiunto la soglia del 60%. Solo i Paesi, in cui l’influenza religiosa resta importante, resistono al fenomeno del declino del matrimonio come in Polonia (meno del 25% dei figli nati fuori dal matrimonio) o in Turchia (meno del 3%). D’altronde, quando ci si sposa, spesso dopo un periodo di vita in coppia, è sempre più tardi: nell’U.E., gli uomini si sposano in media tra i 29 e i 36 anni secondo il paese, le donne tra i 26 i 33. Per numerosi secoli, la durata media del matrimonio non superava i 15 anni per ragioni biologiche: la vita era breve.

Oggi, è dopo questa stessa durata circa che interviene il divorzio nell’ Europa continentale; durata che cade anche a 12 anni in Gran Bretagna e a 8 anni negli Stati Uniti. Malgrado tutto la durata del matrimonio può essere molto lunga per quelli che non divorziano: il record è detenuto da due americani che si sono sposati nel 1924 in Caroline del Nord e sono rimasti insieme per 87 anni fino alla morte del marito nel 2011: lui aveva 105 anni e lei 103.

In questo contesto di allungamento della durata della vita, di evoluzione dei costumi e di uguaglianza tra uomini e donne, appaiono nuove forme di famiglia, soprattutto le famiglie ricomposte e le monoparentali. Negli Stati Uniti, meno della metà dei bambini vivono ancora in una famiglia “tradizionale”, gli altri vivono in una famiglia ricomposta, in una famiglia monoparentale, (essenzialmente una madre celibe) o non sono cresciuti dai loro genitori ma dai nonni o da altri. In Europa si osserva la stessa tendenza ma con qualche anno di ritardo o qualche specificità. In Scandinavia, per esempio, dove l’uguaglianza di genere è la più avanzata, solo un Danese su 10 pensa che “un padre non è adatto quanto una madre per occuparsi dei suoi figli” e il 22% delle famiglie monoparentali norvegesi sono composti da padri soli, due volte più degli U.S.A. e del resto dei paesi europei[i]. Questa profondo cambiamento che vive la famiglia da mezzo secolo in Occidente e che inizia altrove nel mondo, non è ancora conclusa.

Se il modello della famiglia tradizionale non è più il modello esclusivo, il desiderio di famiglia non è tuttavia scomparso. La famiglia contemporanea si è arricchita di nuovi valori e di forme di esistenza sempre più diversificate, legate per contratto o no. La più recente, ma senza dubbio non ultima, è l’emergenza sociale della famiglia omoparentale il cui statuto è oggi riconosciuto legalmente in numerosi paesi d’America (Canada, Stati Uniti, Messico, Argentina, Brasile, Uruguay, ecc.) in Africa del sud e in quasi la metà dei paesi dell’U.E. (Germania, Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, ecc.).

Alcune famiglie omoparentali sono costituite da un genitore omosessuale che ha avuto uno o più bambini in una prima unione eterosessuale; altri risultano da coppie omosessuali che hanno fatto ricorso all’adozione o alla procreazione medica assistita (PMA) con un donatore o alla gestazione per altri (utero in affitto).

Il numero di famiglie omoparentali, variabili secondo il paese, resta marginale (tutt’al più dell’ordine del 1,1% delle famiglie) ma sufficientemente significativo degli sconvolgimenti in corso. Come sottolinea Irene Théry “bisogna vedere che la coppia dello stesso sesso e soprattutto l’omoparentalità sono eccezionali rivelatori di un cambiamento di tutto il nostro sistema di parentela. Questo cambiamento ci concerne tutti, qualsiasi sia il nostro orientamento sessuale[ii]. L’omoparentalità pone ancora numerose domande in termini pratici e giuridici ma anche etici e societari.

I primi studi realizzati su queste famiglie sono piuttosto rassicuranti per ciò che riguarda la salute psicologica, le capacità intellettuali o la sessualità dei bambini. Nessuna differenza significativa si presenta tra i bambini che vivono in famiglie omoparentali e quelli che vivono in famiglie eteroparentali. Il benessere e lo sviluppo dei bambini sembrano dipendere prima di tutto dalla qualità del legame coniugale e parentale. La sessualità tende a prendere una certa autonomia in rapporto alla procreazione e al grado di parentela. Con lo sviluppo tecnologico, la libertà nutre l’evoluzione dei costumi e può allora condurre a “innovazioni” che pongono problemi.

Così la robotica e l’IA preparano l’arrivo dei robot sessuali dall’apparenza umanoide iperrealista con materiali di sintesi riproducente la pelle umana tanto da trarre in inganno. Tali robot possono essere programmati per essere in grado di tenere una conversazione e di rispondere a tutte le sollecitazioni immaginabili. La società Realbotix fondata da Matt McMullen un pioniere dei giochi per adulti ha così sviluppato Harmony una bambola sessuale che non dice mai No. L’aspetto fisico e il comportamento del robot, dal corpo di sogno, intriso di elettronica, sono personalizzabili. Numerosi concorrenti, negli Stati Uniti, in Cina o in Europa si mettono sul mercato. Versioni di donne e versioni di uomini sono proposti; è perfino possibile affittare, per una durata limitata, bambole sessuali in discreti luoghi di piacere. In Cina dove la politica del figlio unico ha condotto a una classe di età composta da tre uomini per una donna, il servizio è particolarmente apprezzato dai maschi cinesi. Questi robot sessuali progrediranno ancora nel realismo così bene che potrebbero forse un giorno dare più soddisfazione di un partner reale. Diventeranno schiavi specializzati o veri compagni e compagne?

David Levy, un ricercatore che studia il soggetto da numerosi anni, stima che i robot sessuali, divenendo sempre più sofisticati, troveranno il loro posto nella società umana e che questa pratica diventerà moneta corrente. Ci vede ugualmente un beneficio per la società poiché i robot sessuali potrebbero evitare la prostituzione e canalizzare i delinquenti sessuali potenziali[iii]. Kathleen Richardson dell’Università di Montfort (Leicester, UK), ci vede, al contrario, un pericolo per la società[iv]; denuncia l’immagine negativa che i robot danno della donna e del suo corpo come oggetto di consumo.

Una prima sintesi scientifica realmente documentata sull’argomento è stata pubblicata dalla Fondazione per una Robotica Responsabile (FRR)[v]. Secondo uno studio d’opinione l’86% delle persone interrogate considerano che i robot possano rispondere alle attese sessuali degli uomini. Un’inchiesta realizzata negli Stati Uniti rivela così che 2 uomini su 3 e una donna su 3 sono pronti per una relazione sessuale con un robot. Altri sondaggi conducono a risultati più deboli ma ancora più significativi. Non sono unicamente le persone sole prive di affetti che potrebbero essere sedotte da questi robot ma un pubblico ben più numeroso. Allo stato attuale della tecnologia, l’attaccamento sentimentale a questi esseri artificiali sembra ancora poco probabile ma la situazione può evolvere se l’intelligenza artificiale di questi robot sessuali li avvicina ancora di più ai modelli umani.

Infine se i robot possono rispondere a certe carenze affettive e permettere alle persone di ritrovare un certo equilibrio emozionale e sessuale, il FRR ha recensito pochi elementi che permettono di affermare che i robots sessuali potrebbero avere un ruolo di prevenzione contro gli stupri, la pedofilia o altri delitti sessuali.

Con le nuove forme della famiglia, anche la procreazione tende a differenziarsi dalla parentalità e dalla sessualità. La richiesta per la PMA non cessa di crescere tanto più che si osserva di numerosi paesi un abbassamento della fertilità umana: tra il 1973 e 2011 la quantità di spermatozoi del seme umano è diminuito di circa il 60%[vi]. Alcuni notano un’apparente correlazione inversa tra fertilità e durata della vita: tutto si svolge come se la natura diminuisse il tasso di fertilità dell’uomo man mano che egli guadagna in esperienze di vita.

Qualsiasi ne sia la causa, questo abbassamento della fertilità è sufficientemente inquietante perché alcuni non escludono più che il bambino in provetta non divenga la norma nel futuro.

D’altronde nei paesi sviluppati, una donna dà vita solo a uno o due bambini quando si stima che fa l’amore circa 5000 volte nella sua vita: una “resa” molto debole e a rischio nella misura in cui la qualità del” prodotto” non è garantito. Nel futuro alcuni immaginano che l’amore sarà solo un’occupazione ricreativa e che i figli saranno fatti su ordinazione, il loro numero sarà programmato dalla collettività e le loro caratteristiche definite dai loro genitori. Poiché il peggio non è ancora certo, riflettere e dare un quadro etico alla scienza è più che mai un imperativo.

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[i] M-C Le Pape et al,, “Le famiglie monoparentali in Europa”. INSEE (2015).

[ii] Juliette Cerf, Intervista con Irène Théry, Télérama (21 dec. 2011).

[iii] David Levy, “Love and sex with Robots”. Harper Perennial (2008).

[iv] Kathleen Richardson, “The Asymmetrical Relationship”. SIGCAS Computers & Society (2015).

[v] Noel Sharkey et al., “Our Sexual Future with Robots”. Foundation for Responsible Robotics (2017).

[vi] H. Levine et al., “Temporal trends in sperm count”. Hum. Repro. Update (2017).

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